Eat, Love & Spaghetti – Pasto Libero

di Mariangela Sansonetti

Ogni estate porta con sé il profumo della passata di pomodori fatta in casa, un rito puntuale e preciso. L’odore dei pomodori bolliti e del basilico fresco è incontenibile, scappa da ogni finestra e spiraglio di persiana fino a solleticare le narici dei corrieri Bartolini. Una piccola certezza è il pranzo con un piatto di spaghetti sugosi e al dente, una prova di sapore che anticipa l’inverno.

Quel piatto di spaghetti al pomodoro è molto di più di un semplice pasto. È il risultato di un percorso che racchiude un modo di pensare il cibo, le tradizioni della mia famiglia e la ricerca dei pomodori più buoni: sono ingredienti culturali, non visibili e niente affatto banali. Pizza, pane, olio, vino e pasta sono parte di un codice che trascina il nostro immaginario nell’identità alimentare italiana. Ma come spesso accade, quando qualcosa diventa uno stereotipo si perde la ricchezza delle sfumature che, tante volte, sono quelle capaci di fare la differenza.

Fermarsi davanti allo stereotipo significa non guardare oltre perché è sempre stato così.

L’immaginario collettivo tende a nutrirsi di simboli alimentari, ma dall’incontro tra arte e stereotipo nascono diverse conclusioni. Lo stereotipo può essere evitato con una ricerca artistica personale, oppure, può essere accettato e allo stesso tempo annientato da un’espressione artistica superiore (può essere la tecnica) e ancora, lo stereotipo può diventare l’oggetto dell’osservazione artistica, caricato di tensione drammatica fino all’esplosione nel ridicolo e alla perdita della sua finta autenticità.

Gli spaghetti in cottura cambiano forma, dal rigore lineare e fragile nello stato crudo, diventano morbidi, ingarbugliati e caotici. Somigliano a qualcosa di astratto, ma sono reali e pure buoni. Cosa succede quando gli spaghetti incontrano l’arte contemporanea?

Ci sono opere di diversi artisti ma per James Rosenquist, pittore americano e pioniere della Pop Art insieme a Andy Warhol e Roy Lichtenstein, sono quasi una firma.

Più che un comfort food gli spaghetti di Rosenquist in I Love You with My Ford del 1961 sono food porn. Dopo il muso scintillante di una Ford vintage, status symbol del machismo, e il volto di una donna abbandonata al piacere, gli spaghetti sugosi e caotici sono l’unica nota di colore nel collage pittorico dall’appeal pubblicitario. È divertente vedere come un piatto da “cena in famiglia” sia diventato un doppio senso, ma anche una rappresentazione della realtà con i simboli del consumismo americano, che sembrano anticipare la cibomania dei social network.

Per Rosenquist gli spaghetti somigliano a un’ossessione. Li ritroviamo anche nella sua opera più conosciuta F-111 (1964-65) realizzata per la sua prima mostra personale alla Leo Castelli Gallery di New York: tre metri di altezza per quasi ventisei di lunghezza e le dimensioni dei suoi cinquantanove pannelli ad incastro sono state determinate dalle quattro pareti di quel particolare spazio, in modo che il lavoro, una volta appeso, circondasse e racchiudesse gli spettatori quasi a provocare un’indigestione mentale.

Dal sito del MoMA di New York leggiamo (traduzione mia):

L’F-111 è stato dipinto durante uno dei decenni più turbolenti della storia degli Stati Uniti. Il cacciabombardiere all’epoca era in fase di pianificazione e Rosenquist aveva capito che la sua missione era tanto economica quanto militare: creare posti di lavoro per gli americani e sostenere il prodotto nazionale lordo del Paese. Le immagini del dipinto lo raffigurano come “un aereo che vola attraverso il buco di un’economia”, con la bambina sotto l’asciugacapelli metallico come pilota. Rosenquist ha descritto il suo nuotatore in termini più inquietanti, come evocativo di esseri umani senza fiato durante un olocausto atomico.

Lo pneumatico Firestone, l’ombrello sul fungo atomico e il mare di spaghetti sono la dichiarazione di Rosenquist sulla cultura di massa, il consumismo e le spese militari durante la guerra del Vietnam. Non c’è più convivialità nel cibo ma un percepito viscerale, proprio come quel groviglio di spaghetti al sugo di pomodoro.

E se vi dicessi che indagare nella storia degli spaghetti è anche un modo per scardinare lo stereotipo sulle sue origini? Italiane sì, ma non del tutto.

È quello che fa Massimo Montanari, storico italiano, nel libro Il mito delle origini. Breve storia degli spaghetti al pomodoro (Editori Laterza). Seguendo le tracce del nostro piatto identitario, Montanari ci racconta la storia degli spaghetti e ci spiega come ricercare le nostre origini non porta mai ad un punto magico in cui tutto comincia, ma ciò che siamo nasce dall’incontro con altre culture, altri popoli e altre tradizioni. Quella degli spaghetti è una piccola grande storia che mostra come la nostra identità non corrisponde alle radici, perché “le radici – dice Montanari – spesso sono gli altri”.

Grazie per avermi letto anche questa volta, fatemi sapere se vi è piaciuto: mi trovate qui. Vi auguro una buona estate!

[ Un ringraziamento speciale va a Pietro De Marco perché mi ha illustrato il piatto di spaghetti nello stile di Pasto Libero. ]

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