Pasto libero numero zero

di Mariangela Sansonetti

Tra le persone che amano cucinare e quelle che preferiscono mangiare, non so bene dove collocarmi: non ho uno spiccato istinto da massaia e, allo stesso tempo, non c’è niente che mi renda più triste di un pasto saltato. Mi piace mangiare e, sì, sono la gioia di mia nonna che non mi dice mai “stai sciupata”, ma sono guai se sente che sto morendo di fame. Non sono però le mie eat skills – chiamiamole così – che giustificano la mia incursione nel blog Stasera Mi Porto a Cena Fuori.

Questa rubrica si chiama Pasto Libero: dall’idea di un posto libero nel blog di Federica a pasto libero è stato un attimo, precisamente un momento in cui sono riemersa dallo stato comatoso di un post-pranzo domenicale. Le idee, però, sono niente senza il confronto e così ci siamo dette (io, Mariachiara e Federica) perché non parlare di cibo da altri punti di vista?

Il cibo, se da una parte (e prima di ogni altra cosa) è un bisogno, dall’altra parte è cultura, pensiero[1]. Ci sono voluti secoli per scoprire gli aspetti del mangiare legati a concetti diversi dal nutrirsi. Nella preistoria, quando la scrittura non esisteva, le pitture rupestri con scene di caccia erano un modo per propiziarsi una buona sopravvivenza. Nel tempo, la tavola si è trasformata da elemento di arredo in strumento di unione e simbolo di condivisione. Seguendo il filo conduttore del cibo nelle immagini, da elemento decorativo il cibo diventa uno status symbol che esalta i palati raffinati dei nobili signori, oppure, è l’elemento quotidiano che racconta la vita modesta dei lavoratori o, ancora, un monito contro lo spreco della società contemporanea. È stata l’arte a scoprire l’indissolubile legame tra uomo e cibo, forse proprio per l’umana necessità di esprimersi attraverso segni e simboli culturalmente condivisi.

Da sempre, quindi, il cibo è dappertutto. È sulle librerie, in televisione, sui social media, nei telefonini.

Oggi si parla di culto del cibo per immagini, definito anche come cibomania contemporanea[2], un concetto negativo legato alla perdita della vera cultura del cibo. Dall’altra parte, però, resiste l’idea del cibo come esperienza, soprattutto fra i giovani.

Un articolo sul settimanale D – la Repubblica – che di recente ha introdotto la sezione D YOUNG curata da giovani giornalisti – parla proprio di questo, di come fra i Millennial il cibo sia un’occasione di viaggio e scoperta, lo testimoniano anche le numerose pagine Instagram dedicate alla ristorazione. Non solo, il cibo è anche un’occasione d’incontro grazie al social eating, una tendenza nata dall’economia della condivisione che, dopo il car sharing e il couch surfing, ha coinvolto uno degli aspetti fondamentali delle nostre vite: la tavola[3].

Le homepage di Gnammo, Tablo e Eatwith.

Di cosa si tratta? Il social eating è diverso dall’home restaurant perché è un’attività saltuaria, mentre è più simile a un appuntamento al buio che unisce chi ama cucinare – anche per persone sconosciute – e chi ama mangiare. Ci si organizza su piattaforme online e app come Gnammo, il portale che riunisce la più grande community italiana per incontrare amici a tavola.  Altri esempi sono l’app Tablo, che ti permette di partecipare e organizzare tavoli sociali nei locali più vicini a te, e la piattaforma Eatwith, una soluzione ideale per  i viaggiatori e che raccoglie proposte di corsi di cucina, food tours e supper clubs in più di 130 Paesi. Sono realtà che non escludono occasioni d’incontro tra persone e brand, infatti, Gnammo ha una sezione dedicata a loro.

Il social eating non è una novità ma, attenzione, non sostituirà la ristorazione tradizionale. La tavola è il più antico social network del mondo e la Rete, si sa, è veloce ad accogliere gli stimoli e ad amplificarli.

 

 

 


[1] E. Di Renzo, Strategie del cibo: simboli, saperi, pratiche, Bulzoni, Roma, 2005

[2] E. Sparano, L'appetito sociale, Homeless Book, 2018

[3] A. Scaglioni, Generazione Ratatouille, settimanale D – la Repubblica, 28 Sett. 2019

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