Quale futuro per cibo e agricoltura?

Da un lato l’incremento della popolazione mondiale (che si prevede raggiungerà quota 10 miliardi entro il 2050; dati FAO), dall’altro il cambiamento climatico e i conflitti, concentrati soprattutto nei paesi meno sviluppati (ma i cui echi risuonano nel più ricco Occidente), mettono a serio rischio la sicurezza alimentare e la sostenibilità complessiva del sistema agricolodi approvvigionamento del cibo.

È evidente che i tradizionali modelli di produzione (cosiddetti high-input e resource-intensive), responsabili di deforestazioni, scarsità di risorse idriche, impoverimento del suolo ed emissioni di gas serra, non sono più praticabili. Occorre, pertanto, orientarsi verso sistemi innovativi che garantiscano l’uso efficiente delle risorse naturali, aumentando al contempo la produttività.

Attenzione, però, a considerare l’agricoltura di precisione come la panacea di tutti i mali: organizzazioni internazionali come la FAO, o grandi associazioni no profit, come la francese Fermes d’Avenir (Fattorie del Futuro) stanno spingendo sempre di più nella direzione di approcci olistici, come l’agroecologia, l’agro-silvicoltura, la climate-smart agriculture (l’agricoltura “intelligente” dal punto di vista del clima) e l’agricoltura conservativa, che oltre a valorizzare le conoscenze indigene e tradizionali, richiederebbero un minor consumo di combustibili fossili (notoriamente causa del riscaldamento globale e delle conseguenti grandi catastrofi naturali). Proprio Fermes d’Avenir ha recentemente lanciato una petizione per l’approvazione di 10 proposte di legge che facilitino la transizione verso un’agricoltura più ecologica, economicamente sostenibile e più competitiva rispetto all’agricoltura convenzionale, dipendente invece dal petrolio e dal gas naturale.

Superati anche satelliti e droni, idro-aereo e acquaponica, resta, però, la domanda delle domande: modelli produttivi su piccola scala, come quelli illustrati, possono sfamare il pianeta e fornire le materie prime per i prodotti che acquistiamo solitamente?

A sentire Maxime di Rostolan, fondatore e direttore dell’associazione, “l’agricoltura industriale non lo sta facendo (tant’è che al mondo non c’è mai stato un così alto numero di persone denutrite). Al contrario, l’agroecologia lo potrà fare, poiché garantisce maggiori rese per ettaro a fronte di un impatto ambientale risibile“.

Al solito, la sentenza ai posteri.

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