“Nonna, insegnami a preparare il brodo!”

Avrò avuto quattro anni o poco più.

Scrivevo a stampatello e scandivo le lettere a gran voce. Mi ritenevo una buona maestra, come mia madre (che ai tempi insegnava in un istituto professionale) e obbligavo mio fratello minore a seguire tutte le mie lezioni, insieme a bambole e orsacchiotti di peluche.

Avevo solo un piccolo cruccio: non sapevo cucinare!

Mi sentivo incompleta e il divieto di avvicinarmi ai fuochi mi creava profonda frustrazione. E, diciamocelo pure, pentolini e vivande di plastica rigida, colorata, erano tristi (insapore e inodore)!

Per questo, un pomeriggio d’inverno, obbligai mia nonna a insegnarmi a preparare il brodo.

Difficilmente riusciva a dirmi di no, ma di mettermi davanti ai fornelli non se ne parlava. Così non si perse d’animo e con grande abilità aggirò il problema dei fuochi. Prese due grandi pentole d’acciaio, le riempì d’acqua per un terzo e le appoggiò sul tavolo della cucina. Mi coprì le gambe con un grembiule bianco e il capo con un tovagliolo di cotone – l’igiene prima di tutto o, come diceva lei: “na brava cuoca è na fimmina pulitazza!” (una brava cuoca è anche una donna pulitissima). Subito dopo mi porse un cucchiaio di legno bruciacchiato sui bordi e mi sollevò dalle braccia, per mettermi in piedi sulla sedia.

“Cucina!” – mi esortò – “e mettici amore, mi raccomando!”

Mi aveva fregato palesemente, facendomi credere che stessi iniziando dai fondamentali. Eppure, io ero così eccitata all’idea di cimentarmi in quell’esperimento – tutto fuorché un corso di cucina – d’averle presto perdonato la presa in giro.

Ancora oggi ricordo il suono metallico dell’acqua che s’infrange contro le pareti delle pentole, la mia maglietta fradicia, le sue risate e gli schizzi d’acqua sulla vetrinetta di cristallo accanto al tavolo.

Per imparare a preparare (davvero) il brodo dovetti attendere la prima elementare. Di lì a pochi mesi diedi (quasi) fuoco alla cucina di casa mia: non ero poi così abile come pensavo.