Maoji, il vero street food cinese a Milano

Non so usare le bacchette cinesi. Non come andrebbero usate, almeno. Le impugno con la stessa disinvoltura di un bambino di due anni alle prese con la sua prima pastasciutta, senza l’aiuto di mamma o papà.

Eppure ci ho provato – diamine se ci ho provato! – ma sempre con scarsi risultati e grande frustrazione. Frustrazione, sì, perché io non mi accontento di mangiare esotico. Io molesto i camerieri fino a che non imparo la pronuncia corretta degli ingredienti e, come la sera della cena da Maoji, ordino il piatto più cinese del menù.

“Chang Sha!” – mi indica frettolosamente il giovane cameriere con gli occhi a mandorla.

Il Maoji è una specie di fabbrica dello street food hunanese*, molto in voga tra gli amanti della cucina asiatica tradizionale e i cinesi residenti a Milano: turni da un’ora e mezzo, menù fisso e servizio ultrarapido, per accontentare una richiesta che eccede la normale capacità del locale, poiché propone piatti autenticamente tipici, gustosi e veloci.   

“Perfetto. Mi porti anche due bao.”

“Maiale o manzo?” m’incalza.

“Uno e uno! – sorrido beffarda. Due panini al vapore mi faranno il solletico. “Aggiunga una porzione di baozi, grazie!”

Come tutte le volte in un ristorante orientale, mi lascio ingannare dal numero di pezzi accanto al nome dei piatti e ordino una quantità di cibo che definirei immorale, se non avessi una fiducia incrollabile nelle capacità digestive del mio stomaco.

Illusa!

La prima vera prova mi si presenta con la zuppa di manzo, alghe e spaghetti di riso.

“E, ora, come li mangio?”

Dall’enorme ciotola sbuca il manico di un grosso cucchiaio di legno, che il mio intuito mi suggerisce serva a bere la coltre di brodo fumante sotto il mio naso.

“Usalo per arrotolare gli spaghetti intorno alle bacchette”. – un’anima buona seduta al mio stesso tavolo mi salva dal panico e dall’imbarazzo.

Impreco in silenzio – non mi ero forse portata in quel ristorantino di tendenza per assaggiare i loro famosi panini al vapore? Perché ordinare anche una minestra di spaghetti scivolosi e ustionanti? – e provo a pescare delle alghe. Invece, con mia grande sorpresa, afferro proprio gli spaghetti, li arrotolo nella conca del mestolo e risucchio il mio primo boccone.

Ho vinto la sfida! – il mio viso s’illumina e assaporo i bocconi successivi rivalutando la scelta di iniziare la cena con un pasto caldo, ideale in quella sera d’autunno così insolitamente fredda. Certo – mi ripeto mentalmente – occorre migliorare la tecnica, lavorare sull’impugnatura, insistere, ma nel complesso sono fiera della mia prestazione. Al punto che abbandono l’impresa a metà ciotola, distratta dall’arrivo dei bao.

A vederli sembrano tutto fuorché panini. Più che altro assomigliano a due lingue di focaccia pallide, levigate, ripiegate su se stesse e farcite con sfilacci di manzo, l’uno e di maiale, l’altro. Anche la consistenza è diversa: assomiglia a quella dei marshmallow. Il gusto, però, è molto buono, leggermente piccante: l’impasto sciapo si scioglie in bocca per mescolarsi alla carne morbida, speziata e alle salse.

Ora capisco perché è così difficile prenotare un tavolo!

Nel frattempo, il servizio incalza e il giovane cameriere ritorna con un cestello di bambù, che poggia sul tavolo, facendosi spazio tra i piatti ancora pieni per metà. Sollevo il coperchio e una ventata di vapore misto a profumo di lievito e carne si solleva da tre baozi grossi come mele.

Ancora panini al vapore, sì, stavolta, però, sferici, perfettamente sigillati – le pieghette ricordano quelle dei ravioli, ma girano a spirale intorno al vertice – l’impasto è più spesso e spugnoso e il ripieno di maiale è sodo, agrodolce.

Addento il primo, senza neppure prendere in considerazione l’ipotesi di utilizzare le bacchette e mi fermo a osservare la piccola sala. Ovunque mi guardi c’è qualcosa di rosso, il colore della fortuna, della gioia, del Capodanno cinese: ora lanterne, ora un dragone e le tradizionali ghirlande.

Mentre mastico lentamente, riconosco il sapore del cipollotto. Da qualche parte ho letto che si usa anche la verza nella farcitura o, comunque, delle verdure, ma sono satolla, il locale è troppo affollato per chiedere al primo cameriere di passaggio e il mio turno sta per scadere.     

Non riesco a terminare i baozi. Avrei bisogno di più tempo e di uno stomaco più spazioso. Così dò un sorso alla birra cinese che ho ordinato senza troppa convinzione e raccolgo la mia roba.

Il conto è modico (poco più di venti euro) ed io soddisfatta per aver provato un’esperienza gastronomica insolita per un’amante della cucina gourmet da contemplazione quale io sono e che pure vale la pena di (ri)provare. 

*Hunan è una provincia montuosa nella Cina Meridionale, dove è nato Mao Zedong.

[Ph. Mariachiara Minoia]